FC IVREA 1905

da 110 anni in movimento sul cuore dei nostri giocatori, sull'arancio delle nostre maglie, negli occhi del nostro popolo ...

PAROLE DI CALCIO

Natura morta con speaker

Marco Peroni

Siamo in quello che ci manca, più che in quel che abbiamo: il passato per raggiungerci ha bisogno di essere evocato, per essere evocato ha bisogno di silenzi e margini d'errore, di imprevisti preziosi che vivono fuori da ogni format. Per fare parte di un attimo sociale, la storia deve poter salire al cervello come un'essenza, esalare, ha bisogno di spazio da riempire, mentre dove tutto è pieno, dove tutto è chiasso o retorica gli spiriti tacciono per forza. Non ci si può innamorare come si deve in una pizzeria dove la televisione è accesa su un telegiornale eterno, con le notizie infitte a tutto volume. Non si frequenta il Torino più profondo se un impianto audio manda in tutto lo stadio, con la forza di centomila watt, la lettura della nostra formazione come fossimo marines e quella della squadra avversaria alla veloce, senza ombra di cavalleria. Quando leggenda ci imporrebbe di essere oltre la cronaca, oltre la stessa partita che si sta per giocare, e fra un cognome e l'altro si dovrebbero sentire parole d'altri tempi, quali “siate benvenuti nel nostro glorioso campo”. Come profumo, come ricordo, come presentimento. Che il pubblico non sia all'altezza di tanto se stesso, nessuno può deciderlo prima. Gli si permetta di sbagliare, di correggersi, di crescere, gli si permetta di vivere. L'epica è come la poesia, è come la memoria, è come l'amore: più la si invoca, meno ce n'è. La rappresentazione della grinta, con l'improbabile compilation di musica rock – costruita senza criterio estetico alcuno – per l'ingresso in campo dei calciatori, toglie la possibilità di essere grintosi agli spettatori sugli spalti, pesano anche le sciarpe nelle mani che le sventolano piano, come fossero bagnate e pesanti, i tifosi consunti, schiacciati nella parte di comprimari dall'impianto audio dello stadio e da una regia in buona fede violenta, sciagurata, non richiesta. Lo stadio diventa una discoteca, anzi un villaggio turistico, il tifoso un consumatore di partite, esige la vittoria come un diritto, esige il divertimento come un cliente, il match diventa un format sul calcio, c'è una scaletta musicale pronta per il prima e per il dopo partita, tutto è previsto, è pronto, il dito sul mixer, la folla come una folla appunto e mai più come un insieme di persone, la musichetta pronta per il gol quando non si sentirà più il boato esplodere, ora accanito, ora stupito, ora liberato, tutta la gamma possibile di colori sulla tavolozza dell'uomo che fnalmente si perde, perduta. Ci sarà sempre una compilation al posto della vita. E poi imbeccati dallo speaker come nemmeno in Piazza Venezia negli anni Trenta, ripeteremo a milioni in tutta Italia il cognome di chi ha fatto gol. Cambierà il gol e cambierà il cognome, mai più la struttura narrativa profonda che è il luogo privilegiato dove da sempre il potere esercita se stesso. Totò si vantava di poter fare ridere la platea a suo piacimento. Con certe mosse, certe facce e certe battute. Per esempio, con la A, a prorompere. Oppure con la I, suggerendo ironia sottile. Oppure con la O, instillando nel pubblico un solleticante imbarazzo. Immaginiamo il danno che avrebbe fatto – pur con le migliore intenzioni – qualcuno che un giorno si fosse messo in testa di mandare lui dall'impianto le risate del pubblico registrate, anzi una risata sola per tutta la varietà di battute di Totò. Una sigla che vi annuncia Totò. Un applauso registrato per ogni battuta. Una sigla alla fne, mandata a volume più alto della voce dell'attore appena l'ultima parola è stata pronunciata. Anche allo stadio, dove andava in scena qualche cosa che non era solamente sport, siamo usciti per sempre dal popolare per sprofondare grossolanamente nel pop. Mandiamo dalle casse una rappresentazione del granata, stingendo il granata dalle bandiere e dagli occhi delle persone. Uno speaker distratto che qualcuno abbia eletto a Direttore artistico può riuscire dove fallirono Umberto Agnelli e Giovannone. Il Torino rappresenta un'identità collettiva forte e radicata, e come tale è un patrimonio di tutti. Come il patrimonio degli altri è il nostro, perché per giocare bisogna essere in tanti. Mi piace girare l'Italia in macchina, passare per esempio da Bergamo, e sfrecciando pensare che in quella città gioca una squadra diversissima dalla mia, ma che anche grazie a quei colori un bambino appassionato di pallone abbia una storia tutta sua da conoscere, e il suo immaginario non sia abbandonato agli skills di un Cristiano Ronaldo qualunque. [...] In questi anni in cui il Filadelfa è stato distrutto abbiamo tutti invocato – e giustamente – la sua ricostruzione: eppure, proprio in quell'ammasso di cocci, nell'erba alta e insolente, nella ruggine che bestemmiava ovunque, stava il più potente dei monumenti. Cosa ci poteva essere di più effcace per la trasmissione della memoria di quella distruzione? Quelle macerie hanno assolto a una funzione importante, grazie a chi ha avuto la cortesia di fare una visita, buttare uno sguardo, dedicare un minuto. Ora c'è una responsabilità imminente: non saremo più noi a guardare il Fila, ma sarà lui a guardare noi. Il Fila distrutto cantava da solo. Il Fila rinato canterà ancora, ma della voce che noi gli daremo. Ricordiamo tutti quel clima, le mattine rubate alla scuola per vedere un allenamento: ma non era un allenamento, e dei campioni non ci interessava poi tanto. Cercavamo quella lezione, quella storia che sovrastava i cognomi, quella gloria che superava il successo. Contava più il capannello che si formava attorno a qualche signore, la discussione a cui avresti voluto partecipare, però eri piccolo non era il momento. Dovevi fare la tua trafla. Tra- Fila. I legami fra le generazioni non erano ancora stati recisi, si potevano riannodare al volo, le conoscenze le informazioni le emozioni le meraviglie salivano e scendevano da un piano all'altro di quella scala umana, facilmente e naturalmente. In cima gli anziani, in basso i più bocia, tutti al lavoro alla costruzione di quel grande edifcio che era il nostro Fila più caro, quello fatto di storie e parole, quello invisibile,quello più fragile, quello che se mai crolla è impossibile da rimettere in piedi.

E' FINITO IL NOSTRO CARNEVALE

Fabio Stassi

Ai bambini cucivo io il numero sulla maglia. Quando li giudicavo pronti, li convocavo a bordo campo, anche se il campo non era altro che una piazza o una spiaggia o un avilla comunale. Chiamandoli per nome. Sfoderavo da un sacco una divisa, e li sentivo sudare, trattenere la gioia di avere anche loro, finalmente, una maglietta con i bordi colorati intorno al collo e alle maniche, e uno stemma sopra il cuore, una stella, uno scudetto; l'avrebbero indossata l'indomani, di sicuro, o la sera stessa. Poi, da un altro sacco, estraevo il numero che avevo scelto. Era come l'assegnazione di un destino. Tu stopper, tu mediano, tu ala sinistra … Tu portiere, ma non è una punizione, è la sorte più difficile. Non potevo sbagliare. Il 9 era il più ambito... Con loro mi sentivo sempre a mio agio, un po' come il nonno Aleksandr, anche se io gli insegnavo una musica diversa. Forse perché l'infanzia è la protesta più radicale alla forma adulta del mondo. No, non chiamatela innocenza. I bambini non sono né innocenti né puri. Ma hanno questa cosa qui: sanno riconoscere la giustizia. Loro guardavano quel numero bianco pencolare senza vita dalle mie mani, un pugno di stoffa inerte come una marionetta, nient'altro che un numero; lo osservavano distendersi sul dorso della maglia, aderire al centro delle spalle... Sapevo che, da allora, lo avrebbero portato invisibile sulla schiena per tutta la vita.

Così per sport

Andrea Valente

"Quella domenica, con il pallone di Carletto si organizzò una partita indimenticabile: undici di qua, undici di là, palla al centro e vinca il migliore. Fu proprio durante durante quella sfida, al minuto ottanta che, vedendo il pallone volare alto verso di sé, anziché saltare per colpire di testa, Carletto saltò alla rovescia, con la testa e le braccia verso il terreno e le gambe sforbicianti tra le nuvole. In quel modo colpì la palla tra lo stupore di tutti e grazie a quel tiro acrobatico e fantasioso fu eletto migliore in campo, anche se i più invidiosi sussurrarono tra loro che era solo perché era il suo compleanno, o forse perché il pallone era suo e decideva lui. Ma bisognava capirli, il mondo a testa in giù, loro, non lo avevano mai visto …" *Gareggiare, vincere, perdere, battere un record e cose così. In questo libro per ragazzi ci sono 24 racconti tutti da leggere e da imparare a memoria!

Il rigore più lungo del mondo - Parte I°

Osvaldo Soriano

Il rigore più fantastico di cui io abbia notizia è stato tirato nel 1958 in un posto sperduto di Valle de Rìo Negro, una domenica pomeriggio in uno stadio vuoto. Estrella Polar era un circolo con ibiliardi e i tavolini per il gioco delle carte, un ritrovo da ubriachi lungo una strada di terra che finiva sulla sponda del fiume. Aveva una squadra di calcio che partecipava al campionato di Valle perché di domenica non c’era altro da fare e il vento portava con sé la sabbiadelle dune e il polline delle fattorie.I giocatori erano sempre gli stessi, o i fratelli degli stessi. Quando avevo quindici anni, loro ne avevano trenta e a me sembravano vecchissimi. Dìaz, il portiere, ne aveva quasi quaranta e i capellibianchi che gli ricadevano sulla fronte da indio arcuano. Alla coppa partecipavano sedici squadre e l’Estrella Polar finiva sempre dopo il decimo posto. Credo che nel 1957 si fossero piazzati al tredicesimo e tornavano a casa cantando, con la maglia rossa ben ripiegata nella borsa perché era l’unica che avessero. Nel 1958 avevano cominciato a vincere per uno a zero con l’Escudo Cileno, un’altra squadra miseranda. Nessuno ci badò. Invece, un mese dopo, quando avevano vinto quattro partite di seguito ed erano in testa al torneo, nei dodici paesi di Valle si cominciò a parlare di loro.Le vittorie erano state tutte per un solo goal, ma bastavano a far rimanere il Deportivo Belgrano, l’eterno campione, la squadra di Padìn, di Constante Gauna e di Tata Cardiles, al secondo posto, con un punto di distacco. Si parlava dell’Estrella Polar a scuola, sull’autobus, in piazza, ma nessuno immaginava ancora che alla fine dell’autunno avrebbero avuto ventidue punti contro i ventuno deinostri. I campi si riempivano per vederli finalmente perdere. Erano lenti come somari e pesanti come armadi ma marcavano a uomo e gridavano come maiali quando non avevano la palla. L’allenatore, uno vestito di nero, con baffetti sottili, un neo sulla fronte e mozzicone spento tra lelabbra, correva lungo la linea laterale e li incitava con una verga di vimini quando gli passavano vicino. Il pubblico ci si divertiva e noi, che giocavamo di sabato perché eravamo più piccoli, non riuscivamo a spiegarci come potessero vincere se giocavano così male. Davano e ricevevano colpi con tale lealtà e con tale entusiasmo che dovevano appoggiarsi gli uni agli altri per uscire dal campo mentre la gente li applaudiva per l’uno a zero e porgeva loro bottiglie di vino rinfrescate sotto la terra umida. La sera facevano festa nel postribolo di Santa Ana e la Gorda Zulema si lamentava perché mangiavano le poche cose che conservava nella ghiacciaia.Erano diventati l’attrazione del paese e a loro tutto era consentito. I vecchi li raccoglievano nei bar quando bevevano troppo e cominciavano ad attaccar briga; i commercianti li omaggiavano diqualche giocattolo e di caramelle per i bambini e al cinema le ragazze accettavano carezze al di sopra delle ginocchia. Fuori dal paese, nessuno li prendeva sul serio, neppure quando avevano vinto con l’Atletico San Martìn per due a uno. Nel pieno dell’euforia furono sconfitti come tutti quanti a Barda del Medio e sul finire dell’andata persero il primo posto quando il Deportivo Belgrano li sistemò con sette goal. Tutti credemmo, allora, che la normalità fosse stataristabilita. Ma la domenica dopo vinsero per uno a zero e continuarono nella loro litania di laboriose, orrende vittorie e arrivarono alla primavera con un solo punto in meno rispetto al campione.L’ultimo scontro divenne storico a causa del rigore.Lo stadio era tutto esaurito e lo erano anche i tetti delle case vicine e il paese intero aspettava che il Deportivo Belgrano, giocando in casa, replicasse almeno i sette goal dell’andata. Il giorno era fresco e assolato e le mele cominciavano a colorirsi sugli alberi. L’Estrella Polar aveva portato oltre cinquecento tifosi che presero d’assalto la tribuna e i pompieri dovettero tirar fuori gli idranti per farli stare calmi.
L’arbitro che fischiò il rigore era Herminio Silva, un epilettico che vendeva biglietti della lotterianel circolo locale e tutti quanti capirono che si stava giocando il lavoro quando al quarantesimo delsecondo tempo si era ancora sull’uno a uno e non aveva fischiato la massima punizione, anche se quelli del Deportivo Belgrano entravano a tuffo nell’area dell’Estrella Polar e facevano capriole e salti mortali per impressionarli. Sul pareggio la squadra locale era campione e Herminio Silva voleva conservare il rispetto di sé e non concedeva il rigore perché non c’era fallo.Ma al quarantaduesimo rimanemmo tutti a bocca aperta quando la mezz’ala sinistra dell’Estrella Polar infilò una punizione da molto lontano e portò la squadra ospite sul due a uno. Allora sì cheHerminio Silva pensò al suo lavoro e allungò la partita fino a quando Padìn entrò in area e appena gli si avvicinò un difensore fischiò.Fece uscire dal fischietto un suono stridulo, imponente e indicò il punto del rigore. All’epoca, il luogo dell’esecuzione non era indicato con il dischetto bianco e bisognava contare dodici passi da uomo. Herminio Silva non riuscì nemmeno a raccogliere il pallone perché l’ala destra dell’Estrella Polar, Rivero, detto el Colo, lo stese con un pugno sul naso. La rissa fu così lunga che scese la sera e non ci fu modo di sgomberare il campo né di risvegliare Herminio Silva. Il Commissario, con una lanterna accesa, sospese la partita e diede ordine di sparare in aria. Quella sera il comando militare decretò lo stato di emergenza, o qualcosa del genere, e fece preparare un treno per allontanare dal paese tutti quelli che non sembravano del posto. Secondo il tribunale della Lega, che venne riunito il martedì seguente, si dovevano giocare ancora venti secondi a partire dall’esecuzione del calcio di rigore, e quel match privato tra Constante Gauna, il cannoniere, e el Gato Dìaz in porta, avrebbe avuto luogo la domenica dopo, sullo stesso campo, a cancelli chiusi. Così quel rigore durò una settimana ed è, se nessuno mi dimostra il contrario, il più lungo della storia.Mercoledì marinammo la scuola e andammo nel paese vicino a curiosare. Il circolo era chiuso e tutti gli uomini si erano riuniti sul campo, tra le dune. Avevano formato una lunga fila per battere i rigori contro el Gato Dìaz e l’allenatore con il vestito nero e il neo sulla fronte cercava di spiegare loro che quello non era il modo migliore di mettere alla prova il portiere. Alla fine, tutti tirarono il loro rigore e el Gato ne parò parecchi perché li battevano con ciabatte e scarpe da passeggio. Un soldato bassino, taciturno, che stava in fila, sparò un tiro con la punta dell’anfibio militare che quasi sradica la rete. Sul far della sera tornarono in paese, aprirono il circolo e si misero a giocare a carte. Dìaz rimase tuta la sera senza parlare, gettando all’indietro i capelli bianchi e duri finché dopo mangiato s’infilò lo stuzzicadenti in bocca e disse: – Constante li tira a destra.- Sempre, -disse il presidente della squadra.- Ma lui sa che io so.- Allora siamo fottuti.- Sì, ma io so che lui sa, – disse el Gato.- Allora buttati subito a sinistra, – disse uno di quelli che erano seduti a tavola.- No. Lui sa che io so che lui sa, – disse el Gato Dìaz e si alzò per andare a dormire.- El Gato è sempre più strano, – disse il presidente della squadra nel vederlo uscire pensieroso, camminando piano.Martedì non andò all’allenamento e nemmeno mercoledì. Giovedì, quando lo trovarono che camminava sui binari del treno, parlava da solo e lo seguiva un cane dalla coda mozzata.- Lo pari? – gli domandò, ansioso, il garzone del ciclista.- Non lo so. Che cosa cambia, per me? – domandò.- Che ci consacriamo tutti, Gato. Glielo diamo nel culo a quelle checche del Belgrano.- Io mi consacro quando la rubia Ferriera mi dirà che mi vuole bene, - disse e fischiò al cane per tornarsene a casa.Venerdì la Rubia Ferreira badava come sempre alla merceria quando il sindaco entrò con un mazzo di fiori e con un sorriso largo quanto un’anguria aperta.

Il rigore più lungo del mondo - Parte II°

Osvaldo Soriano

- Questi te li manda el Gato Dìaz e fino a giovedì tu devi dire che è il tuo fidanzato.- Poveretto, – disse la donna con una smorfia e nemmeno li guardò, quei fiori che erano arrivati da Neuquén con l’autobus delle dieci e mezza.La sera andarono al cinema insieme. Nell’intervallo, el Gato uscì nell’atrio per fumare e la rubia Ferreira rimase sola nella penombra, con la borsa sulla gonna, a leggere cento volte il programma senza alzare lo sguardo.Sabato pomeriggio el Gato Dìaz chiese in prestito due biciclette e andarono a fare una passeggiata sulla riva del fiume. Mentre iniziava il pomeriggio cercò di baciarla ma lei girò la faccia e disse cheforse gliel’avrebbe permesso domenica sera, se parava il rigore, al ballo.- E io come faccio a saperlo? – disse lui.- A sapere cosa?- Se mi devo buttare da quella parte.La rubia Ferreira lo prese per mano e lo portò fino al posto in cui avevano lasciato le biciclette.- In questa vita non si sa mai chi inganna e chi è ingannato, -disse lei.- E se non lo paro? – domando el Gato.- Allora vuol dire che non mi vuoi bene, -rispose la Rubia, e tornarono in paese.La domenica del rigore partirono dal circolo venti camion carichi di gente, ma la polizia li bloccò all’ingresso del paese e dovettero fermarsi accanto alla strada, ad aspettare sotto il sole. A quei tempi e in quel posto non c’erano né televisori né stazioni radio né qualche altro mezzo per seguire cosa succedeva su un campo chiuso, così quelli dell’Estrella Polar predisposero una specie di staffetta tra lo stadio e la strada.Il garzone del ciclista salì su un tetto da dove si vedeva la porta di Gato Dìaz e da lì avrebbe raccontato quello che vedeva a un altro ragazzo che stava sul marciapiede e che a sua volta lo avrebbe riferito a un altro che stava a venti metri e così via finché ogni particolare sarebbe arrivato al punto in cui aspettavano i tifosi dell’Estrella Polar.Alle tre del pomeriggio le due squadre scesero in campo vestite come se dovessero giocare una vera partita. Herminio Silva aveva la divisa nera, scolorita ma in ordine quando tutti furono schierati acentrocampo andò dritto verso el Colo Rivero che gli aveva dato il pugno la domenica prima e lo espulse. Non era ancora stato inventato il cartellino rosso e Herminio indicava la bocca del tunnel con mano ferma da cui pendeva il fischietto. Alla fine, la polizia portò via a spintoni el Colo che sarebbe voluto rimanere a vedere il rigore.Allora l’arbitro andò fino alla porta con la palla stretta contro un fianco, contò dodici passi e la sistemò a terra. El Gato Dìaz si era pettinato con la brillantina e la testa gli risplendeva come unapentola di alluminio.Noi lo osservavamo appoggiati contro il muretto che circondava il campo, proprio dietro la porta, e quando si dispose sulla riga di calce e prese a strofinarsi le mani nude cominciammo a scommettere su quale lato avrebbe scelto Constante Gauna.Lungo la strada avevano interrotto la circolazione e tutti aspettavano quell’istante perché erano dieci anni che il Deportivo Belgrano non perdeva una coppa né un campionato. Anche i poliziotti volevano sapere, e così lasciarono che la catena di staffette si dislocasse lungo tre chilometri e le notizie correvano di bocca ritmate dalle contrazioni del fiatone.Alle tre e mezza, quando Herminio Silva ebbe ottenuto che i dirigenti delle due squadre, gli allenatori e le forze vive del popolo abbandonassero il campo, Constante Gauna si avvicinò per sistemare la palla. Era magro e muscoloso e aveva le sopracciglia tanto folte che la faccia ne sembrava tagliata in due. Aveva tirato tante volte quel rigore – raccontò poi – che lo avrebbe rifatto in ogni momento della sua vita, sveglio o addormentato.Alle quattro meno un quarto, Herminio Silva si dispose a metà strada tra la porta e il pallone, portò il fischietto alla bocca e soffiò con tutte le sue forze. Era così nervoso e il sole gli aveva tantomartellato sulla nuca che quando il pallone partì in direzione della porta sentì gli occhirovesciarglisi all’indietro e cadde di spalle schiumando dalla bocca. Dìaz fece un passo in avanti e si buttò sulla destra. Il pallone partì roteando su se stesso verso il centro della porta e Constante Gauna indovinò subito che le gambe del Gato Dìaz sarebbero riuscite a deviarlo di lato. El Gato pensò al ballo della sera, alla gloria tardiva, al fatto che qualcuno sarebbe dovuto accorrere per mettere in corner il pallone che era rimasto a rotolare in area.El petiso Mirabelli arrivò per primo e la mise fuori, contro la rete metallica, ma Herminio Silva non poteva vederlo perché stava a terra, si rotolava in preda a un attacco di epilessia. Quando tuttal’Estrella Polar si rovesciò sopra al Gato Dìaz per festeggiare, il guardalinee corse verso Herminio Silva con la bandierina alzata e dal muretto su cui eravamo seduti lo sentimmo gridare : “Non vale! Non vale!”La notizia corse di bocca in bocca, gioiosa. La respinta del Gato e lo svenimento dell’arbitro. A quel punto sulla strada tutti aprirono damigiane di vino e cominciarono a festeggiare, sebbene il “non vale” continuasse ad arrivare balbettato dai messaggeri con una smorfia attonita.Fino a quando Herminio Silva non si fu rimesso in piedi, sconvolto dall’attacco, non arrivò la risposta definitiva. Come prima cosa volle sapere “che è successo” e quando glielo raccontarono scosse la testa e disse che bisognava tirare di nuovo perché lui non era stato presente e il regolamento prescrive che la partita non si possa giocare con un arbitro svenuto. Allora el Gato Dìaz allontanò quelli che volevano pestare il venditore di biglietti della lotteria al Deportivo Belgrano e disse che bisognava sbrigarsi perché la sera aveva un appuntamento e una promessa e andò di nuovo a mettersi in porta.Constante Gauna non doveva avere molta fiducia in se stesso perché propose a Padìn di tirare e solo dopo andò vero la palla mentre il guardalinee aiutava Herminio a stare in piedi. Fuori si sentivanostrombazzamenti festosi dei tifosi del Deportivo Belgrano e i giocatori dell’Estrella Polar cominciarono a ritirarsi dal campo circondati dalla polizia.Il tiro arrivò a sinistra e el Gato Dìaz si buttò nella stessa direzione con un’eleganza e una sicurezza che non mostrò mai più. Constante Gauna alzò gli occhi al cielo e cominciò a piangere. Noisaltammo giù dal muretto e andammo a guardare da vicino Dìaz, il vecchio, che rimirava il pallone che aveva tra le mani come se avesse estratto la pallina vincente alla lotteria.Due anni dopo, quando el Gato era ormai un rudere e io ero un giovanotto insolente, me lo trovai ancora di fronte, a dodici passi di distanza, e lo vidi immenso, rannicchiato sulla punta dei piedi, con le dita aperte e lunghe. Aveva al dito una fede che non era della rubia ma della sorella del Colo Rivero, india e vecchia come lui.Evitai di guardarlo negli occhi e cambiai piede; poi tirai di sinistro, basso, sapendo che non l’avrebbe parato perché era molto rigido e portava il peso della gloria. Quando andai a prendere il pallone nella porta, si stava rialzando come un cane bastonato.Bene, ragazzo – mi disse. – Un giorno andrai in giro da queste parti a raccontare che hai segnato un goal a Gato Dìaz, ma nessuno ti crederà.

(Fùtbol, storie di calcio, Osvaldo Soriano, Einaudi, pgg. 34-41)

Independiente Sporting

Mauro Berruto

Tutta Leticia, in quel momento, stava guardando me. Raccolsi il pallone e, lentamente, andai verso il disco di gesso. Troppo lentamente. Le mani di Ernesto non avevano fermato soltanto un rigore, ma anche il tempo. Quel tragitto, che sembrava non finire mai, mi permetteva di pensare, di sentire quel battito di piedi che mi entrava dentro e si sostituiva al mio stesso battito cardiaco. Pensavo a cosa avrei fatto se avessi segnato ma pensavo anche a cosa sarebbe stato se avessi fallito. Pensavo a Ernesto, alle sue mani. Pensavo che adesso toccava a me. Pensavo troppo, accidenti. Pensavo cosi tanto che quando smisi di pensare capii che avevo sbagliato tutti e tre i rigori.Fuori.Fuori.Fuori.Ho sbagliato tre rigori e abbiamo perso.Era la mia occasione per passare alla storia di Leticia e l'occasione di Leticia per passare alla storia della Colombia. Sfumata in due minuti, sui miei piedi improvvisamente diventare insensibili, sulle mie ginocchia improvvisamente diventare molli. Ho pochi ricordi dopo quei tre tiri sciagurati. Ricordo solo che le squadre si allinearono per la premiazione finale e per salutare la bandiera. Durante l'esecuzione dell'inno, Ernesto si chinò a tamponare il sangue che ancora gli usciva dal ginocchio destro, quello che si era ferito parando l'ultimo rigore.Jorge si infuriò. Lo prese a male parole, lo minacciò. Probabilmente aspettava quel momento da quando Ernesto avevo preso il suo posto di allenatore. Ernesto lo guardava con un sorriso ironico, mentre Jorge urlava come un pazzo. Qualche anno dopo Jorge se ne andò in Argentina: non poteva più allenarci. Chi avrebbe potuto allenarci dopo quello che aveva fatto Ernesto?Maestro Barrera, ho sofferto per anni e soffro ancora oggi. Soffro ogni volta che passo davanti a quella porta maledetta e rivedo quel disco di gesso che è una specie di neo maligno che mi porto dentro al cuore.Ho sofferto molto, soprattutto per Ernesto. Ci sarebbe piaciuto vincere per lui, per quello che aveva fatto per noi. Noi, soldati campesinos di Leticia, finti calciatori. Noi, poveri diavoli che chissà che fine avremmo fatto. Noi che, senza neppure saperlo, stavamo aspettando di incontrare un uomo come Ernesto. Maestro Barrera, soffro ancora oggi per Ernesto. Soffro ancora oggi quando penso a quelle mani che fermarono il rigore, a quelle mani che ci indicarono la strada.Sarebbe stata, anche per lui, l'occasione di passare alla storia. Maestro Barrera, la prego. Mi racconti, almeno, come ha fatto ad avere questa fotografia."Leggi, capitano" , disse il maestro Barrera porgendomi la foto e una lettera."Tienile pure, a me non servono più."

*Cara vecchia,
quello che ha salvato la situazione è l'essere stati ingaggiati come allenatori di una squadra di calcio mentre aspettavamo l'aereo che passa ogni quindici giorni. Alberto era ispirato, con quel suo aspetto che in qualche modo ricorda Pedernera e i suoi passaggi millimetrici e io ho parato un rigore che resterà nella storia di Leticia...
Bogotà, 6 Luglio 1952.
Ernesto Guevara de la Serna

Gli angeli non vanno mai in fuorigioco

Fabio Caressa

Era il 14 aprile 1974. Un periodo di merda. L'Italia veniva da anni di terribili attentati. Centoquaranta in cinque anni. A partire da quello a piazza Fontana del 1969 (Banca Nazionale dell'Agricoltura, in pieno centro a Milano diciassette morti), fino a piazza della Loggia a Brescia nel maggio del 1974 (durante la manifestazione, otto morti).Era un mondo diverso. Il bene e il male, allora, erano gli Stati Uniti, il mondo del capitalismo, e l' Unione Sovietica, il comunismo.Il Pci era comunque un partito fortissimo e molto temuto, gli americani lo osteggiavano apertamente e segretamente. Adesso ve la faccio facile, ma in tutti gli anni Settanta l 'Italia è stato un paese diviso in due. Si combatteva una guerra invisibile: terroristi veri e meno veri, servizi segreti, politici, cosche mafiose, superpotenze e, verso la fine, anche terroristi palestinesi.Un gran casino. Comunque i primi attentati, quelli dal 1969 in poi, furono attribuiti prima agli anarchici, poi a degli evasori di destra. Poi non si capì più bene, ma la tensione tra chi era a destra e chi era a sinistra rimase fortissima."Come adesso...""Ma va. Era molto peggio: bombe, pistole, si girava armati.""Vabbe', ma che palle... e il calcio?""EH NO, SE NON CAPITE QUESTE COSE NON POTETE CAPIRE NIENTE DI CALCIO. Il calcio è l'espressione artistica e popolare di un paese. Il calcio è universale, ma può essere giocato in cento modi diversi. L'Inghilterra, tradizionalmente, gioca a palla alta, vuole conquistare l'area di rigore, tutti a urlare a ogni calcio d'angolo. Perchè la loro storia è questa: proiettarsi oltre la Manica, conquistare nuove terre. E la Francia? Non è aggressiva, ma frizzante, presuntuosa, multirazziale. E non gioca forse cosi?E l'Italia, sempre invasa, perchè non dovrebbe difendersi? La Spagna, barocca, ha espresso il meglio di sé nell'arte solo quando ha trovato Velàzquez. Anche il barocco della nazionale spagnola era stucchevole prima che arrivasse il Barcellona di questi anni, quello dell'allenatore Guardiola, il Velàzquez del calcio... "[…]
Per capire la Lazio del '74 dovete capire come si viveva in quel momento lì. Si era alla ricerca della libertà, ma non era chiaro dove bisognava girarsi per trovarla. Il 14 aprile di quell'anno avevo appena finito un lavoro ed ero riuscito in una specie di miracolo... e volevo festeggiare. Per caso ero vicino allo stadio Olimpico, decisi di acquistare un biglietto e di entrare. La partita era già cominciata e la Lazio stava pareggiando con il Verona 1-1. Lo stadio era quasi pieno, mi misi in tribuna e cominciai a guardarmi intorno. I biancocelesti erano primi in classifica con tre punti di vantaggio sulla Juventus. L'anno prima avevano perso il campionato all'ultima giornata.[…]
A un anno di distanza, in quell'aprile del 1974, la Lazio era in testa alla classifica con tre punti di vantaggio. Il Verona non era malaccio, ma non avrebbe dovuto rappresentare un problema. All'ultimo minuto del primo tempo il terzino Giancarlo Oddi, laziale vero, tocca un cross da destra con il piatto mettendolo nell'angolino della sua porta. Il portiere Pulici impazzisce. Un autogol clamoroso. I giocatori cominciano a mandarsi a quel paese. Quella Lazio è la squadra più strana di sempre. Il gruppo, l'amicizia, ma cosa? Alla Lazio si odiano tra loro. I calciatori, allora, erano diversi da come sono adesso. Non avevano fisici scolpiti e tutto sommato guadagnavano anche di meno, erano meno divi, insomma.[…]
Maestrelli, con la sua grande umanità, riuscì nel miracolo. Li invitava a cena a casa, con la moglie che cucinava. E in quel caso si dovevano comportare bene per forza, per educazione e rispetto. Cosi, alla fine, tra di loro si creò una certa intimità. E se sei intimo di qualcuno, in campo, ti capisci al volo.Quella Lazio era precisa come un orologio. Aggressiva. Dicevano che era all' “olandese”, ma non era tanto vero. Giocava un calcio moderno, totale, ma nel senso che pressava con tutta la squadra, che aggrediva lo spazio. La vera rivoluzione era questa: la Lazio di Maestrelli pensava al campo e non solo più all'avversario. Il campo è sempre uguale. Se fai riferimento a quello e non a chi hai di fronte, se giochi con la rabbia che ci metteva quella Lazio, la forza fisica, la velocità nel riconquistare e partire, allora domini ovunque. E' sempre stato cosi. Imponi il tuo gioco, domina il campo, prima dell'avversario. Frenetica. Incazzata. Divisa. Rivoluzionaria: la Lazio era l'Italia di quel periodo. Armata, oltretutto, perchè qualcuno tra i giocatori girava con la pistola.[...]
Fine primo tempo siamo sull' 1-2. All'intervallo i giocatori della Lazio si sarebbero menati tra di loro, sicuro. Non esistono immagini tv di ciò che accadde. La partita si trova, i gol pure, ma non quello che accadde nell'intervallo.Si fermarono tutti li senza andare negli spogliatoi. Cioè: l'arbitro fischia la fine del primo tempo, il Verona esce dal campo, la Lazio no. I biancoazzurri si guardano in cagnesco tra di loro, ma li sul campo, almeno non si possono picchiare. I tifosi prima seguono perplessi, poi cominciano a gridare. Chinaglia e gli altri si passano il pallone e aspettano, lo stadio urla sempre più forte. Una scarica di energia percorre le tribune e attraversa i giocatori che, quasi per magia, ritrovano lo spirito di gruppo e la voglia di lottare tutti insieme. E quando il Verona torna per il secondo tempo il destino sembra già scritto. 4-2. La Lazio dei pazzi non si ferma più e vince il primo scudetto della sua storia. Ad appena due anni dalla serie B

Tre atti e due tempi

Giorgio Faletti

Quando arrivano loro tutto deve essere a posto. Loro sono lo Sparviero, il Bambino, il Capo, lo Straniero, il Taciturno, il Nero, il Talento, lo Sfaticato. Sono il Tatuato, il Ragioniere, il Bravo Ragazzo, il Puttaniere, il Marito.A volte l'Omo e il Dotto.Ci sono anche quelli a cui non ho dato un nome. Sono ragazzi che stanno salendo con l'eccitazione negli occhi e nei ragionamenti, uomini che stanno scendendo con la delusione dello sguardo, altri arresi alla consapevolezza di avere raggiunto il massimo loro consentito.C'è chi si accontenta, chi morde il freno, chi non si rassegna.A volte, quando li sento arrivare, quando li sento imboccare il corridoio e parlare tutti insieme, mi pare che le voci si mescolino e trovino tutte unite la forza di superare il tempo, di estrarre dal passato altre voci che sono a tratti rimbalzate fra queste mura basse e sotterranee, prima di andarsene insieme agli uomini che le contenevano.Qualcuno lascia un buon ricordo, qualcuno un ricordo cattivo. Qualcuno solo una camicia dimenticata nell'armadietto.Poi ci sono gli Altri.Arrivano e scendono dal pullman guardandosi intorno, curiosi come se non si fossero mai trovati prima in un posto come questo. A volte hanno l'aria prepotente dei forti, a volte quella dimessa degli ultimi in classifica. Ogni volta hanno una maglia con colori diversi. Anche fra di loro individuo i nomi e i caratteri, da come si muovono, da come parlano, da come stanno zitti. Da un'altra parte, in un'altra città, in un altro spogliatoio, vivono le stesse situazioni, mandate a memoria dall'abitudine collettiva e da piccoli singoli rituali. Lo so bene, perchè una volta ogni quindici giorni siamo noi a essere gli Altri.Io sono in giro da trentatre anni, giorno più, giorno meno. Sono fra i primi ad arrivare e fra gli ultimi ad andarmene. Per forza di cose vivo defilato e i riflettori emanano una luce che non conosco. O meglio, che non saprei riconoscere. D'altronde, dove stiamo noi, le luci sono un poco più smorzate, le grida d'incitamento un poco più rauche, le scritte sugli striscioni sporadiche e con poca fantasia.E' un modo fatto d'erba, di calzoncini macchiati di fango o di verde, di righe tracciate con la polvere bianca, di olio per massaggi, di calzini bagnati, di ferite e infortuni. Esplosioni di esultanza, urla d'incitamento, grida di rabbia. Bestemmie di cui a volte si capisce l'intenzione ma non il significato, perché sono dette in una lingua che non conosci. E, nonostante le pulizie accurate, nell'aria rimane sempre un leggero odore di umido e sudore.Questo è il calcio, in genere.Questa è la serie B, in particolare. Quella dove tutto avviene il sabato. Per tanti una giornata qualunque, per altri una giornata speciale. Per qualcuno, una di quelle giornate in cui le streghe non balleranno invano e in cui paiono avverarsi le profezie.

George Best, l'immortale

Duncan Hamilton

Nessun calciatore era stato fino a quel punto l'emblema della propria epoca – e probabilmente nessun altro lo sarà mai. Infine, nessun calciatore aveva mai rallegrato i sensi con la stessa felicità che animava lui, quasi fosse capace di ignorare le leggi della fisica e trovare una scintilla di infinito in una serie finita di gesti atletici. Assistere alle sue meraviglie significava a volte non credere ai propri occhi.Lo hanno descritto in sintesi come “un genio”: un'affermazione precisa ma inadeguata. Perchè la definizione che lo Shorter Oxford English Dictionary dà di questa parola - “straordinario, fantastico, creativo o inventivo” - non si avvicina affatto a raccontare il suo individualismo ipnotico, né il suo approccio unico al calcio. Il termine si è poi svalutato attraverso la ripetizione, consacrando senza alcun merito giocatori che accanto a lui sarebbero sembrati modesti.Un genio?Era molto di più. Per cinque anni, dall'inizio del 1966 alla fine del 1970, fu nell'insieme il migliore di tutti, il giocatore di maggior talento sulla faccia della terra.[…]
E' stato una delle figure più importanti degli anni Sessanta – radicato fino in fondo a quell'epoca e fondamentale nel plasmarne la cultura, l'umore e l'atmosfera. Un calciatore trattato come un'icona pop e una pin-up, un modello per la moda, un sex symbol carismatico e seducente. Rappresentava il fascino della giovinezza, la radicalità di uno stile nuovo, un atteggiamento libertino e disinvolto: era uno scapolo della classe operaia che praticava uno sport da classe operaia, venerato in particolare da chiunque si guadagnasse da vivere sporcandosi le mani col lavoro quotidiano. Era l'unione perfetta tra una personalità e un periodo storico. Viveva le fantasie degli altri. Nei giardinetti e nei parchi di ogni studente degli anni Sessanta e dei primi anni Settanta sognava di essere come lui. Negli uffici e nei reparti delle fabbriche lo invidiavano tutti, perchè le donne lo adoravano. Alcune di loro cominciarono ad andare allo stadio solo perché giocava lui. Ogni volta che toccava la palla si mettevano a urlare. I fotografi protestavano perché era troppo veloce e gli complicava il lavoro. A fuoco e subito fuori fuoco, in un batter d'occhio. Cercare di coglierlo in azione era frustrante. Le sue immagini migliori sono quelle in posa, scattate in studio. Era bello come un attore di Hollywood e curato in modo impeccabile: la frangia pettinata dal coiffeur e le basette lunghe, gli occhi scuri e tenebrosi, la linea delle guance e della mascella scolpita in modo squisito, e quella fossetta sul mento. Se di qualcuno si può dire che era troppo bello, questo era lui. Era cosi splendido, cosi diverso da chiunque altro che all'interno di una stanza un uomo di bell'aspetto al confronto diventava ordinario, mediocre.Chi cerca la fama – un dubbio privilegio, in ogni caso – può sprecare anche metà della vita, se non di più, a inseguirla inutilmente. La fama per lui arrivò in un istante, non dovette neanche cercarla. E la sua era fama vera: non il genere di popolarità per cui oggi ci sei e domani no, né la celebrità dei tabloid o della tv, i quindici minuti che una volta Warhol aveva previsto per tutti. Divenne famoso grazie alla sua abilità, e per lo stesso motivo lo rimase. Lo conoscevano anche quelli che non seguivano il calcio. Comparve sulle copertine di riviste musicali, sotto le testate dei settimanali femminili e dei supplementi domenicali. Venne pagato per vendere cereali e gomme da masticare, dopobarba e lacca, articoli d'abbigliamento e occhiali da sole. Circolavano poster e biglietti di auguri con la sua immagine, adesivi e puzzle, gagliardetti e libri da colorare che divennero oggetti da collezione. In un giorno qualsiasi avrebbe potuto firmare mille autografi e posare per duemila fotografie. […]
Il suo livello di celebrità, cosi totale, cosi soffocante, lo trasformò in un clandestino e gli accorciò la carriera, perchè non riuscì a fronteggiare le continue pressioni della fama. Per una combinazione di ingenuità, ignoranza e innocenza, nessuno si accorse che la sua vita mondana in realtà era un vortice in cui era rimasto intrappolato e da cui no poteva liberarsi. Prima che qualcuno capisse cosa gli stava succedendo, o quanto avrebbe potuto soffrire in futuro, il danno era fatto.Il problema, per lui, era che il calcio gli veniva facile, mentre la vita no.

Parametro Zero

Marco Peroni

E adesso il titolo. Ci ho pensato su un sacco di tempo: soddisfava fin da subito l'orecchio – buca o non buca? Certo che buca! - ma avevo paura che fosse percepito come una critica al mercato della società, alla politica del passo dopo passo del nostro attuale Presidente (che invece, l'ho dichiarato per tutto il libro, mi sento solo di ringraziare). Insomma, Parametro zero non è una sottile presa per i fondelli ma esattamente l'opposto, è il rifiuto per le esagerazioni mostruose che riguardano la giostrina del calcio moderno. Fosse per me, e per il compagno di questa avventura Fracchia, si potrebbe tranquillamente tornare al pallone più pesante, alle scarpe da calcio nere, alla casacca senza nome del giocatore dietro, a terzini destri che indossano il 2, alla Coppa delle Coppe con la squadra di Cipro che mette in crisi la super compagine nel turno secco.La fantasia degli uomini si accende dove c'è ancora uno spazio da colmare, un vuoto accogliente in cui riversare qualcosa, dove c'è ancora tempo per sprecarsi in un'attesa. Non fa più sognare un calcio in cui il campionato inizia dopo una miriade di tornei estivi, quadrangolari, derby, sfide internazionali che sono soltanto la scusa per fare correre no sponsor sullo schermo. Non sarebbe poi quel gran problema, se fosse diventato cosi soltanto il calcio, ma questo è un altro discorso.Parametro zero dichiara la sua simpatia per qualsiasi situazione di gioco, operazione di mercato, servizio televisivo, titolo di giornale in cui ci sia ancora un rapporto normale con la realtà. E' un piccolo volume in cui si allargano un po' i gomiti per farsi spazio tra le esagerazioni, gli strilli, le cifre pazzesche sparate nell'etere con orgoglio e si prova a riportare il calcio – questo bel gioco popolare – a una dimensione umana: l'unica in cui il Toro come narrazione, e non soltanto come squadra, può ancora sopravvivere.Non credo che questo sia il viaggio di uno stonato. Moltissimi di voi conoscono la vicenda dei tifosi del Manchester United, ma vale la pena ricordarla alla veloce: molti sostenitori hanno abbandonato l'Old Trafford in segno di protesta contro l'acquisizione della società da parte del magnate americano Malcom Blazer e, semplicemente, si sono fatti una squadra che meglio incarna il loro spirito. Hanno deciso di voltare le spalle al calcio moderno, alle sue esagerazioni finanziarie, al nato nel 2005, è partito dall'ultima categoria e sta risalendo pian piano la china sostenuto da un pubblico che in certe giornate arriva addirittura alle 5000 persone. Il tutto è rigorosamente “vecchia maniera”: le partite si giocano soltanto alle ore 15 della domenica, nessuno sponsor campeggia sulle maglie, i numeri vanno dall'1 all'11 senza nome del giocatore sopra e le sciarpe dei tifosi sono fatte solo dei colori sociali. Sugli spalti c'è un coro amato più di tutti gli altri, tratto dalla canzone dei Beach Boys Sloop John B.Ora, la storia è arrivata anche da noi e ha colpito subito più di qualcuno: il coro è stato meravigliosamente adattato all'italiano e ha finito per dominare incontrastato la hit parade granata. “Sembra impossibile / che seguo ancora te...” è stato accolto da tutti come il coro per eccellenza, il canto che meglio incarna la passione a tinte forti del tifoso granata, il suo rapporto difficile con il destino, l'orgoglio infinito che ne sgorga... Tuoo questo per dire che lo spirito che attraversa Parametro zero non è poi così campato per aria, ma vibra all'unisono con certe frequenze che si sentono dalle nostre parti.

Il desiderio di essere come tutti

Francesco Piccolo

Ora era il 1974. Avevo dieci anni e una conoscenza delle squadra precoce e precisa. Erano i miei primi mondiali totalmente consapevoli, e si svolgevano in Germania.
[…] Poi venne la sera del 22 giugno. Ad Amburgo, c'era la partita storica. L'incontro tra le due Germanie.
Arriva il settantottesimo minuto. Fino ad allora, la Germania Est si è difesa e ha resistito e ha lanciato palloni lunghi sperando che succedesse qualcosa lì davanti, e intanto comunque c'era il tempo di rifiatare. Poi le cose nel calcio , e non solo nel calcio, accadono cosi, all'improvviso. Hamann fa un lungo lancio in diagonale verso il suo compagno, il centravanti Jurgen Sparwasser - un lancio in diagonale verso la porta avversaria, uno di quei lanci che conservano sempre la speranza intima e improbabile di mettere un compagno in posizione molto favorevole, ma anche uno di quei lanci che li fai cento volte e quella speranza si rivela infondata: il compagno non ci arriva, il difensore ci arriva il portiere anticipa tutti; oppure il compagno ci arriva eppure non succede niente lo stesso, e dopo un minuto quell'azione l'hai già dimenticata.Un lancio.Un lancio di Hamann, in una specie di contropiede con qualche speranza che c'è sempre e che quasi sempre è delusa. Ma ciò che tiene in vita quella speranza, è che basta una volta su cento, anzi una volta su mille, se quella volta è quella giusta.Jurgen Sparwasser è un centravanti classico e sa sempre rincorrere il punto giusto e l'attimo giusto per calciare - quindi non si stupisce di quello che succede, sa che un lancio ogni mille o duemila può accadere, ed è per questo che si butta ogni volta all'inseguimento del pallone, quindi fa quello che sa fare, fa scorrere la palla e poi la spinge verso destra, per allontanarsi da quei due che lo stanno rincorrendo disperati. Sia chiaro, tutto questo accade in pochi secondi, in cui non c'è tempo nemmeno per Hamann di sorprendersi, nè per Vogts e Hottges di pensare all'orgoglio, nè per Sparwasser di dirsi che deve cercare il punto giusto, nè per ognugno di loro e per gli altri e per il pubblico nello stadio e per tutti noi che guardiamo la tv c'è il tempo di pensare al momento storico - no, è un attimo, ed è il risultato del talento e dell'abitudine, si chiama istinto e vuol dire che uno non ci deve pensare a fare la cosa giusta perchè è abituato a fare la cosa giusta, l'ha già fatta cinquemila volte a prescindere dal risultato che ottiene, a prescindere dal fatto che stia dentro una partitella amichevole o un momento storico. Tutti sanno fare quello che devono fare, anche se stanno giocando una partita storica ai mondiali, anzi la questione è da ribaltare: stanno giocando quella partita perchè sono in grado di farlo.Così, tutto si svolge come in un teatro: quando Sparwasser ha la palla davanti ai piedi ed è davanti a tutti, con uno sguardo malefico chiama fuori il mitico Sepp Maier; Vogts, che ha già capito tutto, sta per volare in spaccata, perchè la disperazione porta il difensore alla spaccata, forse per fare un tentativo reale o forse unicamente per salvare la faccia,per far vedere a tutti che lui, almeno, ci ha provato - e anche questo è istinto; hottges, nessuno saprà mai perchè, ormai lontano dalla palla di lascia caderein ginocchio, forse per pregare o forse per rendere evidente, simbolica, la resa (questa sarà la sua ultima partita in nazionale); e Sepp Maier, il povero grande Maier, da quello che deve fare un portiere con finta improvvisazione, cerca il più presto possibile un punto dove l'attaccante, quando alzerà la testa e guarderà prima di calciare, vedrà davanti a lui un portiere grande grande e una porta piccola piccola, più piccola che si può- intanto Vogts è già atterrato inutilmente nella sua spaccata sopra le righe.Jurgen S. , infine fa quello che fa un attaccante quando il portiere chiude lo specchio della porta: mette il piede sotto la palla, per colpirla, e la palla si alza di quel tanto che basta a scavalcare l'ultimo baluardo dell'Ovest. Perchè sa che dietro quel corpo c'è la porta, anche se si vede a stento ma non importa, lui non ha bisogno di vederla, sa che c'è. E infatti la palla si dirige neanche tanto rapida verso la rete, giusto il tempo di far pensare a chi la guarda che non c'è più niente da fare. La palla si infila in rete.

Coppa d'Inghilterra

Alessandro Baricco in Barnum 2

Gira la platea di Wembley intorno al campo, come lavorata da un decoratore diligente: di qua una marea rossa, di là una prateria di gente blu, in mezzo melange. E urlano tutti. Urlano e cantano, da farti tremare la sedia sotto il sedere. Manca un quarto d'ora al calcio d'inizio di una partita che qui è, semplicemente, la partita. Chelsea (i blu) contro Middlesbrough (i rossi). Finale di Coppa d'Inghilterra. Se per capire pensi alla Coppa Italia hai sbagliato tutto. Questa è un'altra cosa. Questa è una sfida che viene da lontano. Da queste parti non hanno dubbi: è la sfida più importante del mondo. Esagerano, ma qualcosa di vero c'è. Di vero c'è che la Coppa d'Inghilterra è il più antico torneo della storia del calcio.
[…]
Partite così se le ricordano, ovviamente, per anni. Una tragedia. Come sintetizzò bene l'allenatore del Manchester City, Malcom Allison, dopo essersi beccato un bell'1 a 0 dall'Halifax Town (IV Divisione): "Perdere questa partita non è la fine del mondo. Certo però che le assomiglia molto".
Al termine del percorso minato, per due squadre arriva l'apoteosi della finale: che è riassumibile in una parola sola: WEMBLEY.
[…]
Ma non è lo stadio di una squadra. E' lo stadio di una nazione. E da sempre hanno deciso che sarebbe stato una leggenda. Lo inaugurarono nel 1923, naturalmente per la finale di Coppa. Arrivarono in duecentomila e quando il re si presentò, puntuale, un quarto d'ora prima dell'inizio, non si vedeva nemmeno il campo: completamente coperto di gente. Arrivarono i poliziotti a cavallo e in quarantacinque minuti riuscirono a liberare il campo da gioco. Tra i tanti cavalli ce n'era uno bianco. Si chiamava Billy e aveva tredici anni: dato che era bianco lo presero a simbolo e divenne un eroe. E quella finale, da allora si chiama "The white horse final". Vedi com'è Wimbley: non ci avevano ancora dato un solo calcio al pallone e già produceva leggende.

La palla dopo il diluvio

Alessandro Baricco in Barnum 2

Un'alluvione finisce anche cosi. Con ventidue giocatori in braghette corte che entrano in campo. E undici hanno la maglia grigia. E il campo si chiama Moccagatta. E quel che c'è intorno si chiama Alessandria.
[…]
Sul muro, una spanna sopra la testa dell'abatino, hanno tracciato una riga che corre per tutto il bar. E sopra ci hanno messo un cartellino con scritto "Alluvione del 6/11/1994". Così, per la memoria storica, che si sappia che quell'acqua era arrivata fin lì. Mica tanta poesia, non ci son tagliati da quelle parti. Una riga e una data. Basta e avanze. Il resto è rabbia che si tengono per sé.
Sul campo non trovi un filo d'erba a pagarlo. Ma la spianata marrone non è più di fango ma terra dura, il pallone rimbalza dappertutto, sa di oratorio, ma giocare si gioca. In campo, di fronte ai Grigi, una squadra che completa alla perfezione il clima dei bei tempi andati, la Spal.
[…]
Tremila persone sugli spalti, cielo grigio d'ordinanza, freddo micidiale. La Spal si prende il centrocampo, declina schemi da calcio vero e al settimo minuto va in gol con uno dal nome farmaceutico: Bugiardini. L'Alessandria salta il centrocampo, morde tutto dove può, la butta in mezzo e ci mette un minuto a pareggiare: in mischia lo stopper trova la tibbiata giusta e insacca. Si chiama Carletti, ma dovrebbe chiamarsi Carletti IV: giocatore di stampo antico, sembra uscito da una delle foto del bar, quelle in bianco e nero. Un armadio, tanto cuore, imbattibile di testa, il piede è un optional. Mitico a modo suo. "Immenso", precisa il mio vicino all'ennesimo anticipo di zucca.
Se ci fosse una logica, nel calcio, vincerebbe comunque la Spal. Ma la sceneggiatura di partite come questa la scrive sempre qualche De Amicis nascosto da qualche parte tra le pieghe del destino.
Tre a uno, fine primo tempo. Inizia il secondo, e il disegno tattico della partita diventa cosi chiaro che anche Biscardi lo capirebbe: undici Grigi a far muro nella propria metà campo, e tremila persone, sugli spalti, a contare i minuti.
[…]
Il campo cede a poco a poco, il guardialinee di destra sguazza in una sua personale corsia di fango e sguazzando immagina fuorigioco con la fantasia di uno scrittore sudamericano. L'arbitro tira fuori cartellini gialli a go-go, ma lo fa con ordine e autorità, merita la citazione, si chiama Calabrese. Fischia la fine dopo due minuti di recupero.
"Orso sbranali" gridava lo striscione della curva grigia. Fatto.

*Barnum scritto il 25 gennaio 1995. Quasi tre mesi prima un'alluvione da prima pagina si era bevuta mezzo Piemonte, Alessandria compresa.

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